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Chi è il paesologo?

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Negli ultimi anni è sempre più avvertita la necessità di ritornare ai vecchi stili di vita. Alcune piccole realtà d’Italia e molte d’Europa si ripopolano. 

Oggi, che la grande crisi si abbatte sulla maggior parte dei settori della economia, fino a non lasciare granché per vivere, il ritorno ai borghi può sembrare l’unica soluzione per ricominciare da una esistenza qualitativamente migliore. E non solo. Il caos delle grandi città, il ritmo violento degli orari di lavoro, le condizioni di salute che peggiorano a causa dell’inquinamento hanno indotto le persone al desiderio di cambiamento.

Trevico è un borgo medioevale di trecento abitanti circa. Ha subìto negli anni l’abbandono di terre e case. È il comune più alto dell’Irpinia. Si trova a millecento metri di altitudine, sulla dorsale appenninica che domina la Baronia. In quella parte che è stata denominata Irpinia d’Oriente.

Trevico viene scelto come residenza abitativa dall’Associazione Comunità Provvisorie, che da anni studia le piccole realtà. I paesi. Quei luoghi privi di possibilità lavorative, in cui il progresso non è mai arrivato. Quei territori che attualmente sono la speranza. Che aspettano nuovi figli.

Trevico è una comune paesologica. La casa della paesologia è, appunto, una casa nel cuore del centro storico. Luogo dell’anima. Di incontro. Di scambio culturale, di crescita.

Gli abitanti di Trevico sono entusiasti della iniziativa. Insieme al primo cittadino accolgono con molto calore i paesologi che si fermano per un periodo breve o lungo. 

Franco Arminio, poeta e scrittore, intellettuale e paesologo, è l’anima di questo esperimento culturale. Già, direttore artistico del Festival della Paesologia di Aliano, La luna e i calanchi.  

Intellettuali, poeti, scrittori, giornalisti indipendenti, artisti della fotografia, documentaristi, e tante, tra le più variopinte professionalità.

Questi sono i paesologi. Amanti della cultura. Dei paesi e dei paesaggi. Del verde. Del silenzio. Dell’aggregazione, dei rapporti umani.

Della vita, quella essenziale. 

 

Valentina Barile

 
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La notte delle streghe

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Nella Città delle Streghe – Benevento, 26 Luglio 2014. Rappresentazione teatrale de “La Compagnia Immaginaria” ispirata alla leggenda delle streghe nello storico scenario del Ponte Leproso, di origine romana.

La performance è venuta al seguito della visita al Museo della Strega Alberti. Evento organizzato da Sudalia – Unesco Travel Experience, tour operator di Benevento che opera in tutta la Campania. 

Il liquore Strega è un sigillo al mito. Ma chi sono queste janare? Sono secoli che si dice sul loro conto! Scrittori, musicisti e artisti celebri ne hanno fatto riferimento nelle proprie opere. Hemingway, Vinicio Capossela, Totò, Favreau.

Il mito della strega si intreccia nelle storie di diversi popoli che hanno abitato il Sannio, fino a confluire talvolta nella stessa identificazione. 

Come hanno dichiarato le tre streghe, in epoca romana a Benevento si diffondeva il culto di Iside, dea della Luna, alla quale erano in stretta correlazione le dee Ecate e Diana. Ecco perché probabilmente “janara”. Da Diana, dea della caccia. 

In seguito, i Longobardi si rifecero al culto di Iside praticando riti orgiastici fuori dalla città, nei pressi del fiume Sabato sotto un albero di noce. Queste donne ci hanno raccontato che si riunivano sotto le intemperie e producevano filtri magici con erbe aromatiche. E, siccome, per anni il Sannio è stato teatro di continue guerre, esse ritrovandosi spesso povere vendevano le pozioni in cambio di cibo. Si ungevano con oli e con l’aiuto della magia volavano. Passavano anche attraverso le porte. Dal latino, “ianua”, porta. Seconda ipotesi di derivazione del nome.

Con la diffusione del Cristianesimo, i culti pagani vennero banditi e le donne longobarde furono definite streghe e, perciò, perseguitate. 

Il rito che le janare hanno compiuto al tramonto è stato molto suggestivo. Hanno danzato e pregato intorno al fuoco. E annunciato che presto ritorneranno!

 

 

 

 

Valentina Barile

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Masterpiece: il talent show dei casi umani

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Non che mi aspettassi la sorpresa, chiariamoci. 

Ma scrivo questo pezzo dopo aver visto Masterpiece, non mi sono persa una solo parola.

Il talent show letterario è una bella idea, forse. Ma una pretesa eccessiva, idealistica. E io, francamente, credo che non si possa realizzare. Di certo, non così.

Tanto per iniziare, per un motivo molto banale: per essere talent show la gente da casa deve vedere.

Fino ad ora non ho visto quello che avrei dovuto. Non ho visto, cioè, i testi dei romanzi proposti, ma solo casi umani.

L'ex carcerato, il verginello, l'anoressica, l'operaia insoddisfatta. 

Insomma, questo è il primo principio di reclutamento dei partecipanti a un talent show come il Grande Fratello.

Mi viene di pensare a una cosa che stasera condivido più di quanto abbia mai fatto. 

Italo Calvino sosteneva che i suoi romanzi dovevano essere valutati per i contenuti e dovevano avere successo per quelli, rifiutando così ogni forma di biografia. In sintesi, di fronte ai giornalisti Calvino diceva che se avessero fatto domande sulla sua vita personale, lui avrebbe detto tutte puttanate. 

Se avesse avuto voce oggi...

Tornando a Masterpiece, è chiaro che lo spettatore non può “vedere” il romanzo dei partecipanti, non solo perché non è semplice leggere un romanzo in tv, ma soprattutto perché tutte le puntate non saranno altro che una pubblicità continua al fine di attirare attenzioni sulla pubblicazione finale da parte di Bompiani, qualunque essa sia. 

Se ne parlerà così tanto che nascerà la curiosità di leggere, di confrontare le opinioni dei giudici con le proprie. Perché, purtroppo, le centomila copie saranno vendute e il romanzo andrà pure in ristampa. Non si sarebbero inventati un talent show, che frutta sempre tanti soldi.

Tornando ancora a Masterpiece, perché di questo voglio parlare, ad un certo punto (ed era ora!) i concorrenti hanno fatto un'esperienza che sarebbe servita loro per l'esercizio di scrittura da fare in trenta minuti. 

La trasmissione scorre, va avanti, i concorrenti sono in disaccordo tra loro, battibeccano, e l’audience dovrebbe salire. 

Altro principio del talent show: l'inciucio, la discussione, le chiacchiere. Il Grande Fratello.

Proseguiamo.

Tra le esperienze che devono fare c'è quella della lotta. L'aspirante scrittrice si rifiuta, dice che la violenza va contro i suoi principi, la sua morale (forse non le hanno detto che si tratta di uno sport).

Mi viene in mente a questo punto un altro Calvino, uno a cui tengo molto più di quello appena citato, cioè Gianluca Calvino, editor e docente di scrittura creativa, che insegna tutti i giorni che la scrittura è amorale. E penso che non esista una cosa più giusta di questa. 

L'esercizio di scrittura proposto da Masterpiece ha i suoi vincoli, come tutti gli esercizi di scrittura creativa, per intenderci, e si svolge in trenta minuti. 

Non è di certo il tempo il problema dei concorrenti. La scrittura è disciplina, deve esserlo. Se no di che parliamo?

Insomma, alla fine, esiti scadenti. L'autore che è esattamente il narratore del pezzo, frasi da posta del cuore, similitudini da quattro soldi. Qualità pessima e i giudici lo dicono. Una concorrente sta addirittura male per aver deluso uno di loro.

Altro principio del talent show: le lacrime. Il Grande Fratello.

Alla fine, i concorrenti devono convincere la Sgarbi a pubblicare il proprio romanzo in un minuto. E lei, che li ha letti, nientedimeno è rimasta piacevolmente colpita da entrambi. Dovrebbe essere un'esperta, avrebbe dovuto fare delle critiche acute, sottili. Invece, sembra addirittura indecisa senza riuscire a dare, però, motivazioni soddisfacenti. Vabbè, ha fatto la sua comparsa, in fondo un po' di pubblicità non fa male a nessuno.

Puntata finita.

Se questi che ho visto erano i migliori tra i cinquemila potenziali scrittori che si sono presentati al programma, dovrei pensare che l'Italia sta inguaiata più di quanto sembri per motivi che già sappiamo.

Invece so che di scrittori di qualità ce ne sono, eccome. E non hanno bisogno della tv, perché sul piedistallo mettono il loro romanzo e non se stessi.

 

 

Rita Raimondo

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Sono fuori di me

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Sono fuori di me. 

E pure senza chiavi.

Le ho perse una settimana fa, probabilmente per strada mentre andavo dal mio personal psicologo. Per un caso assurdo, assurdissimo, qualcuno di voi le ha trovate? Sono due, piccole, legate ad un portachiavi di gomma a forma di... Chiavi.

E va bene, la fantasia non è dalla mia parte.

Ma ve l’ho detto: sono fuori di me.

Mia moglie mi ha ripetuto non so quante volte di mettere un annuncio, che so, un inserzione, magari un volantino con foto da spillare a qualche tronco di albero per strada, come si usa fare in America quando smarrisci un cane. 

Io le ho risposto che era inutile, seccante, umiliante. Mettetevi nei miei panni: cosa avrei dovuto scrivere?

“Uomo perbene con quarantadue anni di comprovata convivenza col proprio Io, cerca chiavi smarrite di se stesso, perse in zona centro. Chiamare qualsiasi orario. No perditempo”.

Secondo voi funziona? Secondo me no.

Ho subito fatto notare alla mia consorte che l’idea non era granché. Avete idea delle battute o degli sfottò che avrei potuto ricevere? Al giorno d’oggi puoi perdere di tutto: un animale domestico, il portafoglio, gli occhiali, un libro, il lavoro, la moglie.

Ma non le chiavi di te stesso, diamine!

Alla fine però ho dovuto pubblicare la richiesta. Sapete com’è. Le mogli son le mogli. La mia poi; se la conosceste, ve ne innamorereste subito.

Forse.

Lei è in se stessa da ben quarant’anni e le sue, di chiavi, non le ha mai perse di vista. Mai.

È talmente convinta del fatto suo che, non contenta di essere solo in sé, ha iniziato a conoscere e ad entrare anche in altre personalità, tipo quella della nostra vicina, del salumiere sotto casa e del suo parrucchiere.

Oggi è un pò tutti loro.

In questo periodo sta provando ad entrare anche nel sé della professoressa di matematica di nostro figlio Guido, con la speranza di poterne cambiare idea e valutazione generale prima dell’uscita del quadrimestre. 

Nostro figlio, dovete sapere, è una capra coi conti e coi numeri. Ma quella docente, mi sa, è proprio un osso duro. Altro che osso buco, come la definisce lei.

Comunque, per non perdere altro tempo, ieri sono stato dal mio personal psicologo per raccontargli l’accaduto.

Che uomo tutto d’un pezzo. Lo ammiro tanto.

Lui si che sa stare con se stesso, con la moglie, con il suo commercialista che lo chiama sempre durante le sedute, con il dottor Manuzi, nella stanza accanto, e con tutti i suoi pazienti. Riesce a capirci ed entrare in noi in modo paziente e puntuale. E non solo.

A quanto vedo, riesce a stare benissimo anche con la signorina Patrizia, la sua avvenente segretaria. Lo ammiro tanto.

Ma questa è un'altra storia.

Gli ho esposto il mio caso, il mio essere momentaneamente fuori di me e, sotto sua insistenza, gli ho parlato delle chiavi smarrite, dell’annuncio pubblicato, di mia moglie che vuole essere un pò in tutti, di mio figlio e della matematica e di molto, molto altro. Siamo riusciti perfino a parlare della sua segretaria, la signorina Patrizia.

Lo ammiro tanto.

Alla fine lui mi ha consigliato di godermi questa vacanza inaspettata da me stesso, sfruttando così l’occasione per disintossicarmi dalle mie comodità interiori, dai miei schemi mentali, dalle mie idee e pregiudizi, da quanto abita in me insomma.

Paure e noie comprese.

“Stia un pò fuori di sé, vedrà, le farà assai bene”. Così mi ha detto.

Non appena terminata la seduta, ho messo in pratica quanto mi ha suggerito. In fondo lo pago per questo, no? La cosa, detto tra noi, sta funzionando.

Ieri sera ero già più sereno, più rilassato, più gagliardo.

Al bar ho fatto quattro chiacchiere col signor Aldo, il vecchio tramviere dall’aria scontrosa e taciturna; alla fine si è rivelato un ottimo conoscitore di musica anni ’70 e ’80. Stamattina invece ho consigliato a mio figlio di non strafare con la matematica; se la professoressa lo ha puntato, c’è poco da fare. 

“Però Guido, non calare nel rendimento delle altre materie! Vedrai, alla fine una buona media ti porterà alla promozione”. 

È andato a scuola con un sorriso stampato in viso.

La verità? Se fossi stato in me, a quest’ora non sarei riuscito a dire certe cose. Sto iniziando a vedermi da fuori e la cosa mi piace.

E allora ben venga questa vacanza. L’unica nota dolente, in tutto ciò, è mia moglie che continua a dirmi di fare qualcosa, di continuare a cercare le chiavi, di chiamare un buon fabbro, di rientrare in me, in un modo o nell’altro.

Ma ora sto bene così. 

Ripenso al mio personal psicologo, al suo consiglio, alla sua segretaria, la signorina Patrizia.

E lo ammiro tanto.

 

Il portoghese

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Intervista a Maurizio de Giovanni

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Giovedì scorso, Maurizio de Giovanni ha presentato in una sala di Palazzo Marciano a Casali di Roccapiemonte (SA) il suo ultimo libro, la seconda avventura dell’Ispettore Lojacono, “I bastardi di Pizzofalcone”, edito da Einaudi. Lo scrittore si è poi fermato a fare quattro chiacchiere con noi di Librincircolo sul mondo dell’editoria, sulle difficoltà degli esordienti e sui corsi di scrittura creativa.
 
Che consiglio può dare a chi si avvicina per la prima volta alla scrittura?
Secondo me la cosa fondamentale per qualcuno che vuole scrivere è leggere. Se io voglio giocare a pallone non posso non aver mai visto una partita. Può sembrare un consiglio banale, ma non lo è. Purtroppo ci sono moltissime persone che si avvicinano alla scrittura senza essere dei lettori. È una cosa sbagliatissima. Un secondo consiglio che do a tutti i ragazzi che vogliono scrivere è di non pensare mai di iniziare se non si ha una storia. La scrittura è uno strumento, uno strumento che serve per raccontare; per quanto si può essere bravi, se non si ha niente da raccontare, scrivere sarebbe come suonare una chitarra senza una melodia, cioè facendo solo svisature e arpeggi. Quindi invito gli aspiranti scrittori soprattutto a leggere, e a scrivere se si ha una storia.
 
Quindi lei afferma il contrario rispetto a ciò che dicono molti scrittori, anche importanti, come per esempio Stephen King, che invitano a scrivere ogni giorno, alla stessa ora, anche se non si ha una storia già in mente, perché così facendo qualche idea può venire. Lei invece dice che prima di cominciare è fondamentale avere già in mente un’idea.
Si. Secondo me non si può scrivere senza avere niente da dire. Sarebbe come parlare senza sapere cosa dire. Posso parlare da solo mettendo parole una dietro l’altra soltanto per sentire la mia voce, ma serve?
 
Da ciò deduco che il suo giudizio sui corsi di scrittura creativa sia positivo, dato che possono aiutare  a migliorare la tecnica di chi magari ha qualcosa da dire ma non sa come esprimersi.
Le scuole di scrittura servono a questo, a migliorare la tecnica di scrittura. Ma, ripeto, come nelle scuole di pittura, si può aiutare qualcuno a utilizzare meglio uno strumento, ma bisogna sempre avere qualcosa da dire, da dipingere, da suonare. Non si può avere soltanto la tecnica, perché da sola non serve a niente.
 
Uno dei problemi principali a cui vanno incontro i giovani esordienti è quello di non riuscire a trovare spazio nel mondo dell’editoria, soprattutto perché in Italia ci sono più scrittori (o meglio, scriventi…) che lettori.
Si questo è un problema che rende enormemente difficile la loro selezione.
 
Secondo lei un esordiente come dovrebbe muoversi?
Innanzitutto bisognerebbe rivolgersi agli agenti letterari, che sono delle figure professionali che vengono normalmente ignorati. Gli agenti sono importanti perché mettono in contatto lo scrittore con l’editore. Le case editrici non possono leggere tutti i manoscritti che ricevono ogni giorno. Per un esordiente rivolgersi agli agenti è un passo fondamentale.
 
Qual è stata la sua esperienza, come è entrato nel mondo della scrittura?
Per me è stato completamente casuale. Non avevo niente nel cassetto e non avevo mai pensato di scrivere. Sono arrivato a quarantotto anni senza aver mai scritto una parola. Sono un caso straordinario, nel senso che mi hanno iscritto a un concorso per farmi uno scherzo e così ho scritto per la prima volta un racconto soltanto per non far vedere che avevo paura di partecipare. Questo racconto ha vinto ed è stato pubblicato su un giornale. Da lì mi hanno chiesto di scrivere un libro e poi un altro e poi un altro ancora.
 
Non ha mai seguito corsi di scrittura?
No, ho partecipato soltanto al laboratorio "Achille Campanile", a Napoli insieme a Pino Imperatore. 
 
Cosa può dire dei suoi progetti futuri? Continuerà con il ciclo dell’ispettore Lojacono?
Si, vorrei continuare con Lojacono però sempre portando avanti anche Ricciardi. Anzi, posso anticipare che in primavera uscirà il prossimo Ricciardi.
 
Librincircolo ha organizzato per il prossimo 15 Ottobre un evento chiamato BookMob, con il quale si invitano i partecipanti a portare con sé un libro già incartato così da poterlo scambiare con qualcuno, senza sapere di cosa si tratta. Come giudica quest’iniziativa?
Credo si tratti di un’ottima iniziativa. Tutto ciò che contempla uno scambio di libri per me è qualcosa di positivo, decisamente.
 
Pierluigi Faiella
 

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