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Confesso
che non è per nulla facile, quando si è abituati a
recensire libri del proprio tempo, trovarsi improvvisamente tra
le mani un testo diverso, un testo che trasuda quell'importanza,
quei barlumi di verità, per così dire, di ciò
che è stato già sottoposto alla prova della storia.
Un libro che fin dalle prime pagine mostra chiaramente la sua grandezza
e quella del suo autore. E non possiamo altro dunque che essere
grati a Lavieri per averci restituito un classico di tale levatura,
un autore cui a torto non viene riconosciuto in Italia, a livello
editoriale, un posto tra i massimi rappresentanti della letteratura
tedesca. La prosa di Arno Schmidt, in cui avviene la fusione finale
tra Illuminismo ed Espressionismo, è una prosa che letteralmente
"esplode", frantumandosi in fotogrammi di memoria. Nell'ambito
della ricerca formale di Arno Schmidt, Dalla vita di un fauno
si iscrive nella tipologia dell'"esistenza a mosaico".
Si libera dalla scrittura il fiume in piena del pensiero e della
percezione umana, fuso in un tutt'uno che, per la sua forma, si
avvicina più alla meccanica del pensiero che a quella del
discorso verbale.
A sottolineare ulteriormente la grandezza anche umana dell'autore,
una trama che non è certo un pretesto per una scrittura già
di per sé densa. È la storia, ricca di richiami autobiografici,
di un uomo pensante, un essere logico e razionale, di vasta cultura,
che si trova suo malgrado a vivere in un tempo che l'autore ha conosciuto
bene, i duri anni tedeschi dal 1939 al 1944. Il protagonista ha
una famiglia, dei vicini, dei colleghi di lavoro e un superiore
totalmente inquadrati nel regime, ma trova uno spazio di libertà
nella scoperta di un rifugio nel bosco, una capanna utilizzata un
secolo prima da un disertore francese datosi alla macchia. E di
questa libertà fa parte anche la sua giovane amante, che
incarna la passione più istintiva. Il romanzo non finisce
però per essere un libro sentimentale o passionale, perché
la libertà dei sentimenti e delle passioni si inquadra nel
concetto globale di libertà dell'individuo, un concetto che,
nell'epoca dei totalitarismi, appariva quanto mai lontano.
Schmidt trascorse tutta la sua vita a cercare il proprio spazio
di libertà, il proprio aureo isolamento che, tenendo lontana
qualunque interferenza del mondo esterno, gli consentisse la totale
dedizione alla scrittura. E proprio questa estrema dedizione, se
minò irrimediabilmente la sua salute, a noi rese in cambio
il valore inestimabile della sua testimonianza e della sua arte.
Marco
Doti
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