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Veramente
più volte appaion cose | che danno a dubitar falsa matera
| per le vere ragion che son nascose. (Dante Alighieri, Purgatorio
XXII)
Lo
scenario è perfettamente anonimo: un tizio qualunque, in
un aeroporto qualunque, in attesa di un ritardatario aereo qualunque
e l'incontro con un molestatore - sembrerebbe - anch'egli qualunque.
Niente di più grigio, di primo acchito.
Eppure, mai fidarsi della Nothomb!
Come le Sirene irretivano i naviganti con la soavità del
loro canto, così la scrittrice adesca l'inconsapevole lettore
attraverso un canto amebeo in botta e risposta, la cui prosa scattante
non lascia spazio ad indugi. Eppure, una ben nutrita tradizione
aforistica ci insegna che non è l'abito né il crocefisso
a fare il monaco; dunque, in generale, che le apparenze ci traggono
facilmente in inganno. E difatti - come in un'anamorfosi ineccepibilmente
calcolata - il dialogo qualunque tra il tizio qualunque e il molestatore
qualunque subisce un catastrofico rovescio secondo una mutazione
di prospettiva: non un dialogo fra due termini, bensì un
eccezionale soliloquio con l'Es freudiano.
Del resto, il ricettario della Nothomb è ricco di atmosfere
allucinate e quasi deliranti, di momenti psicanalitici che vestono
i panni di molestatori anonimi e di neonati inclini all'introspezione.
Nulla è lasciato al caso, nelle sue pagine. E la sua filosofia,
spesso e volentieri nichilista, riesce ad infilarsi capillarmente
sotto l'inchiostro nero della stampa. Ti scardina dai principi primi
e ti lancia in una atmosfera neutrale di essere/non essere, da cui
si è praticamente costretti ad analizzare le proprie tesi
sull'immanenza e il metafisico.
E ti lascia così, disarmato, a fissare un punto stampato
su una pagina bianca; consapevole dell'universo di casi e filosofie
dissacranti che esso ancora nasconde.
Anna
Ragosta
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