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Lalcool
era il collante delle nostre vite. Non facevamo nientaltro
che bere e rimanere sobri perché entrambi non ci eravamo
mai ubriacati in vita nostra. Una cosa che potrebbe sembrare deprimente
alla maggior parte degli abitanti di questo pianeta.
La
vita non ha ovunque la stessa faccia. Sa stendersi liscia, senza
grinze; o piegarsi, accartocciarsi, collassare su stessa. Ognuno
la vive alla propria maniera, più o meno dentro le righe.
Chi più, chi meno.
Ci si prova, a seguire certe linee preconfezionate da stampanti
sociali a getto rapido dinchiostro; indicatori monocromatici
di aut aut imperdonabili. Si sta attenti a piacersi, ma soprattutto
a piacere; a guadagnare abbastanza per pagare laffitto, la
rata dellauto, certe tendenze viziose. Ci si impegna, il più
delle volte, per non superarle quelle linee. Ma basta poco per sconfinare.
Per farsi piombare addosso la condanna allinvisibilità.
Il confino entro le ombre buie di ponti e panchine, sotto gli occhi
distratti della gente.
Lavoro precario, inettitudine e una manciata di passività:
Michele è un borderlife. Un acrobata che va di tacco-punta-tacco-punta
sui margini sottili dellesistenza. A piè leggerlo,
sborda ora di qua ora di là fra le due facce della vita.
Fra lesserci davvero e laccorgersi che il proprio dipinto
sociale era solo un trompe-loeil ben fatto. Privilegiato dalla
sua quasi condanna allestromissione, ha la rara possibilità
di avere gli occhi per guardare gli invisibili. I veri
invisibili. Quelli che non esistono più, perché
hanno superato il confine.
Una prosa scattante, spesso ironica. Un lessico che sa prendere
a schiaffi in tutta la sua schiettezza. Questo è Borderlife
di Marco Innocenti. Non una banale analisi dei disagi sociali, ma
il punto di vista altro di chi vive ad un passo dalla rovina. Il
racconto senza violini di un equilibrista.
Anna
Ragosta
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