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Social Zoo

. Posted in Recensioni - libri

 

 

Aldo Putignano

Homo Scrivens

Pag. 184

€ 14,00

 

 

 

 

 

Social Zoo di Aldo Putignano è un romanzo epistolare, ma non di tipo convenzionale. 

Tutte le lettere sono inviate a un certo Lorenzo, di cui si sa poco o nulla, ma che non risponde mai. Eppure tutti i mittenti sentono il bisogno di comunicare con questo personaggio, anche quando capiscono che non riceveranno mai risposta. 

Nel romanzo ci sono diversi piani di lettura. Il più immediato è di sicuro quello di una scrittura divertente, umoristica, resa ancora più efficace dall’inserimento di un curatore. Le lettere infatti vengono trovate in un cestino da un filologo, che le cura come se fossero preziosi inediti dall’alto valore letterario. Ne risulta una lettura godibile e divertente grazie all’effetto provocato dal rigore scientifico con cui il filologo tratta queste lettere e il loro contenuto. Ma in Social Zoo c’è anche un gioco metanarrativo: l’autore infatti ripercorre, attraverso le lettere, diversi generi letterari. Come le epistole inviate dall’eccentrico Maresciallo Biglioffo, che potrebbero essere definite di genere giallo, ma sono in realtà una parodia, un superamento di questo genere.

 Il Maresciallo cerca di anticipare il suo lavoro indagando su un omicidio non ancora commesso, potendo contare sul vantaggio della testimonianza della stessa vittima, che però, per qualche motivo che il Maresciallo non riesce a comprendere, non accetta di collaborare. 

Poi c’è l’aspirante “grande scrittore”, che vorrebbe innovare la letteratura studiando e sperimentando un tipo di scrittura neoverista, arrivando addirittura a pedinare quello che lui crede possa essere il protagonista perfetto per il suo romanzo. 

C’è chi invia a Lorenzo un manoscritto in cui cerca di fare luce su una congiura mondiale ordita da alieni provenienti da Venus Ultra, che possono nascondersi dappertutto e prendere la forma di qualunque cosa, persino di un comune frigorifero. 

Ma tra le lettere c’è anche chi scrive saggistica e,  sovvertendo l’idea freudiana di scrittura terapeutica, sostiene che la scrittura sia come una malattia o una droga che crea dipendenza e i cui effetti negativi sono maggiori del momentaneo sollievo. Forse è per questo che i diversi mittenti delle lettere continuano a scrivere nonostante sappiano di non essere ascoltati, forse il loro bisogno di scrivere, di esprimersi è davvero una malattia. Una malattia che può considerarsi sociale, di cui è affetta l’intera società contemporanea, i cui appartenenti non possono fare a meno di mettersi  in vetrina, di esibirsi come gli animali in gabbia di uno zoo. 

Ma il romanzo di Putignano resta aperto ad altre possibili letture, lasciando un campo di possibilità interpretative quasi infinite al lettore, che non dovrà preoccuparsi di rivelare il significato che troverà nel libro, perché, come lo stesso autore scrive in una nota al testo, lui  “voleva dire proprio quello”.

 

Pierluigi Faiella

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Il paradiso degli orchi

. Posted in Recensioni - libri

 

 

 

Daniel Pennac

Feltrinelli Edizioni

 

 

 

 

 

 

In tutti i migliori cinema del Paese sta per uscire “il paradiso degli orchi”. Mi è capitato di vedere il trailer. Diceva: “tratto dal libro di Daniel Pennac”. Lo diceva, ma in verità non specificava se la pellicola seguisse fedelmente  il romanzo, o se si trattasse della solita fuffa che parte da “Il paradiso degli orchi” di Pennac, per giungere poi in modo del tutto fantasioso a qualcosa che incrocia Harry Potter e Pokemon. 

Però quel trailer gratta la mia curiosità. La sua storia. La sua originalità. Si, è un piacevole solletico. Ammiccante, se un solletico può esserlo. Qualcosa deve esserlo, perché poi decido di leggerlo, il libro.                                              

Partiamo da un presupposto: nell’era pre-kindle, i libri che leggevo erano suddivisi in due categorie, ognuna con i propri rigidi schemi, le proprie regole.

Senza alcun dubbio, la prima era quella dei libri che entrano nella storia, la tua, ovviamente.

I libri che sistemi sulla mensola preferita della libreria, e che veneri ogni volta che ci passi davanti, magari sbavandoci sopra, ispirati dalla moda lanciata da quella ragazza che tanto tempo fa era Hanna Montana. E poi l’altra, quella dei 

“hobuttatoisoldimenomalechefacciamoladifferenziatamammadovestailcontenitoredellacarta”.Per intenderci, nella prima io ci tengo i romanzi di Charles Bukowski e Jean-Claude Izzo, che poi quest’ultimo signore era francese come il suddetto Pennac, ma questo non vuol dire proprio niente. 

Nella seconda invece Eco, Baricco e Giordano. E poi c’era anche una terza categoria: i libri che non ti dicono niente proprio. Vuoto totale. Piatti come una giovane donna non ancora sbocciata nella sua bellezza.  Io, “Il paradiso degli orchi” lo metto qui. Si. I libri inseriti in questa terza categoria vengono sistemati sulla mensola peggiore, quella più bassa, quella che ogni giorno deve in qualche modo proteggersi dai colpi inferti da un’aspirapolvere che, poveraccia, il suo lavoro deve pure farlo.

Il protagonista è il signor Benjamin Malaussène, suo malgrado capofamiglia di una squadra di sorellastre e fratellastri messi al mondo da una madre che esiste, ma solo in quanto colei che li ha messi al mondo e colei che continua imperterrita a farsi ingravidare da francesi vari. Niente di più.         

Benjamin, Ben, ha un contratto a tempo indeterminato come “capro espiatorio” presso un grande magazzino di Parigi. La capitale francese non viene mai descritta. Si parla di Belleville, di Père-Lachaise, della metropolitana, ma il grande magazzino potrebbe trovarsi in una qualunque città del mondo. Potrebbe essere Sofia, in Bulgaria, o Skopje, in Macedonia, non cambierebbe niente. Si affida al bagaglio culturale del lettore la raffigurazione di un contesto che non è descritto, ma che si riconosce, si vede, perché basta dire “Parigi” che si materializzano davanti agli occhi le immagini di quella città, le sue piazze, i suoi palazzi, perché quei luoghi sono nell’immaginario collettivo, perché Parigi fa tendenza, anche Peppa Pig e fratellino George gireranno presto un episodio della fortunata serie a cartoni nella capitale francese.

Parigi la conoscono tutti, pur non essendoci mai stati.                                                                                                                     

Il contratto di lavoro del signor Malaussène impone al suddetto, in quanto responsabile del controllo di qualità di tutta la merce messa in vendita all’interno del grande magazzino, di assumersi la responsabilità di qualsiasi lamentela dovesse pervenire da clienti insoddisfatti. E Pennac si inventa clienti esilaranti, che si lamentano di malfunzionamenti che non esistono né in cielo, né in terra. Assurdi. E ogni volta, Malaussene verrà trattato così male, ma così male, ma così male dal direttore del magazzino, alla presenza del cliente insoddisfatto, che questi alla fine farà cadere le sue accuse per un’eruzione improvvisa di pietà, perché il povero Malaussène a questo serve realmente: suscitare la pietà della gente. È indubbiamente un’idea originale, perché “è sempre colpa sua”, come recita lo slogan scelto per la pubblicizzazione del film.

Ma la trama si sviluppa seguendo binari che fermano alle stazioni di “assurdo”, “ridicolo”, “noadessosmettodileggerlomirifiuto”.

Cioè, fantasy che si mescola alla realtà. Un aborto.

La sorella Therese che prevede il futuro guardando alla posizione dei corpi celesti, e poi la sorella Claire, con la quale Ben sembra aver un rapporto incestuoso, fortunatamente mai consumato, che viene trattato come se fosse una qualunque storia d’amore, due cuori e una capanna, amen. E poi la storia delle bombe che esplodono all’interno del grande magazzino. Gli attentati, che poi costituiscono il filo conduttore dell’intera narrazione, e il signor Malaussene che finisce per esserne incolpato. Perché tutte le prove portano a lui. La vicenda è piuttosto surreale.  Uno sviluppo surreale. Un finale surreale.

Le storie surreali non mi piacciono. Però la scrittura di Pennac mi è piaciuta, perciò l’ho finito, il libro. La sua scrittura ti avvince. Ti affascina. Uno stile asciutto, ricco di immagini che riesci a vedere, e bene, per quanto a volte queste siano piuttosto ardite. Fortunatamente, nell’era post-Kindle, non dovrò preoccuparmi di dove finirà “Il paradiso degli orchi”.

Sicuramente mi risparmierò i 5 euro del cinema in offerta di giovedì. 

 

Luca Sorbino

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Giovani ribelli - Kill your darlings

. Posted in Recensioni - cinema

 
 
di John Krokidas
 
 
 
 
Interpreti Daniel Radcliffe, Dane DeHaan, Michael C. Hall, Ben Foster, Jack Huston
 
 
John Krokidas fa il suo esordio da regista con un film che racconta l’origine di quella che poi sarà chiamata la Beat Generation. Al centro di “Giovani ribelli” (“Kill Your Darlings” il titolo originale) c’è infatti l’incontro avvenuto nel 1944 tra il giovanissimo Allen Ginsberg (Daniel Radcliffe) e Lucien Carr (Dane DeHaan), suo compagno alla Columbia University, figura fondamentale per aver agito da collante tra Ginsberg e gli altri hipster William Burroughs (Ben Foster) e Jack Kerouac (Jack Huston), con i quali avrebbe costituito il primo embrione della Beat Americana. 
Al centro della narrazione però, piuttosto che la nascita di un movimento letterario, c’è la vicenda umana di Allen, giovane aspirante poeta, che vive una difficile situazione familiare con la madre schizofrenica. Il giovane, grazie a una borsa di studio, approda alla Columbia University, dove viene subito affascinato da uno studente colto e ribelle, Lucien, appassionato come Ginsberg di Whitman ed Henry Miller, che lo avvicina a Yeats. Seguendo Lucien, Allen esce dai rigidi schemi accademici dell’epoca, scopre e riesce a esprimere la sua omosessualità, e insieme agli appartenenti del gruppo di “ribelli”, cerca di affermare una “nuova visione” attraverso versi e gesti provocatori. 
Figura fondamentale dell’intreccio è David Kammerer (Michael C. Hall), amante e quasi stalker di Lucien, che si sente minacciato da Allen e dal rapporto che con lui ha intrecciato il personaggio interpretato da Dane DeHaan. Su questo triangolo amoroso si concentrerà soprattutto l’ultima parte del film, fino al climax rappresentato dall’omicidio di Kammerer da parte di Lucien e dal primo rapporto omosessuale di Allen (il tutto raccontato con la tecnica del montaggio alternato), forse la parte più riuscita del film, che in qualche modo compensa alcune pecche della sceneggiatura, come la mancanza di spessore dei personaggi di Kerouac e soprattutto di uno stereotipato Burroughs. 
Il cast risulta tutto sommato affiatato, con Readcliffe che si conferma attore di talento e le sorprendenti prove attoriali di DeHaan e ancor più di Hall (volto noto della tv per aver interpretato il serial killer Dexter nel telefilm omonimo).
 
Pierluigi Faiella
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III puntata

. Posted in Disservizio Clienti

DISSERVIZIO CLIENTI FASTWELL
III° PUNTATA
Riepilogo puntate precedenti: Rino chiama il servizio clienti per risolvere il problema, ma ovviamente non ha risolto nulla.
 
 
…♪♫♪ There she goes…♪♫♪
 
“Fastwell, stiamo per metterla in contatto con un nostro operatore, ci scusiamo per l’attesa.”
 
…♪♫♪ There she goes…♪♫♪
 
“Salve, qui è il servizio clienti Fastwell. Sono Fabiangelo, come posso esserle utile?”
“Salve, sto chiamando da un po’ per capire quando avrò la linea internet.”
“Perfetto, non si preoccupi, risolviamo tutto in un attimo. Solo posso chiederle di allontanarsi dal punto dove si trova ora? C’è un gran frastuono.”
“È che sto controllando l’acustica di una campana di bronzo, e per farlo devo trovarmi proprio di fianco.”
“Ah capisco. Può dirmi il suo nome?”
“Sì sì lo so, devo dare il nome spellato. Allora Raitre – Intuito – Nataliaestrada – Odontoiatria…-
“Aspetti, è il signor Rino Superfluo?”
“Sì sono io, già mi ha trovato?”
“Sì, solo un attimo, la metto in attesa”
 
- - - - - - - - - - -
 
“Oh Marioluca, c’è uno che fa lo spelling come un deficiente, non sarà per caso quello che rompe le palle?”
“Può essere, controllo sulla lista nera. Come si chiama?”
“Rino Superfluo.”
“Cazzo, sì che è lui, è in cima alla lista dei rompicoglioni, dopo un certo Scilipoti.”
“E che faccio, è la mia prima settimana di lavoro, questo me lo fa perdere.”
“Fa’ una cosa, gira la chiamata a chi lo ha segnalato per primo.”
“Annarebecca?”
“Perfetto, che quella sa sicuramente gestire la faccenda.”
 
- - - - - - - - - - -
 
“Signore? Signor Superfluo, mi sente? Io sento solo un gran rumore.”
“Sì la sento, è che sono al poligono di tiro a provare un ak -47. Mi dica.”
“Le passo la persona che si occupa del suo problema.”
“Ah, speriamo bene!”
 
…♪♫♪ There she goes…♪♫♪
 
“Fastwell, stiamo per metterla in contatto con un nostro operatore, ci scusiamo per l’attesa.”
 
…♪♫♪ There she goes…♪♫♪
 
 
“Salve, sono Annarebecca, come posso aiutarla?”
“Ah, Annarebecca, si ricorda di me? Sono il signor Superfluo, mi ha passato la chiamata il suo collega Fabiangelo.”
“Testadicazz… certo che mi ricordo, salve. Ancora non ha risolto il suo problemuccio?”
“Ancora no, evidentemente.”
“E sento che è sempre indaffarato, ci sono dei rumori di sottofondo simpaticamente fastidiosissimi.”
“Sì, sono proprio in cima alla cascata delle Marmotte, in provincia di Glucosio.”
“Bene, dunque se non ricordo male il problema era internet vero?”
“Esatto.”
“Ha provato ad andare sul nostro sito?”      *
“Mi prende per il culo?”                      **
“No aspetti, è il rumore di fondo che mi distrae.”
“Non credevo che fischiare con dei richiami per antilopi potesse dare fastidio. Insomma che devo fare?”
“Non posso metterla in attesa per un po’?”
“Non credo.”
“Mi sta dicendo che è ateo?”
“No, dicevo che non potrei sopportare ancora quella musica che avete quando sono in attesa. Comunque sì.”
“Allora posso metterla in attesa?”
“No, intendevo: sì, sono ateo.”
 
 
 
 
 
*  Questa cosa è stata veramente detta da una persona del servizio clienti di una simpatica azienda che inizia per “fast”, ma non possiamo dire il nome per intero perché altrimenti dobbiamo chiamare l’avvocato Ghedini per difenderci. 
**  Anche questa cosa è stata veramente detta da qualcuno, come risposta alla domanda di cui sopra.
 
Davide Rasputin
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Mad Men

. Posted in Recensioni - cinema

 

Il primo dicembre torna Mad Men. Almeno per i sostenitori del doppiaggio, o per chi proprio non ce la fa a seguire immagini e sottotitoli insieme (come il sottoscritto).
Valeva la pena aspettare?
Sì, senza alcun dubbio, soprattutto dopo la sparizione di quelle sirene che annunciavano soluzioni in grado di rendere un'atipica serie TV più facile e fruibile ai più. Weiner, il papà di Mad Men, resta fedele alla linea tracciata finora e in madrepatria hanno già da tempo capito quale potenzialità si nasconde nel suo bagagliaio.
Mad Men rimane Mad Men: lento, in continua tensione, con i suoi personaggi meschini, con i suoi momenti all'apparenza morti ma che in realtà nascondono parole non dette, sguardi non visti, impliciti che si fa fatica a notare. E al di sopra di tutto ciò c'è ovviamente lui, il protagonista: Donald Draper, per gli amici Don, personaggio sempre più odioso, sempre più paurosamente avvincente.
Quando si ha a che fare con Mad Men bisogna essere preparati a provare stati d'animo contrastanti: fa paura, ma senti di doverlo ammirare. Mad Men stupisce, affascina, non si riesce proprio ad essergli indifferenti.
Ma chi non sa di cosa sto parlando, si starà chiedendo di cosa parla...
Mad Men è una serie ambientata negli anni '60. Tutto gira attorno ad un’agenzia pubblicitaria e al protagonista, appunto Don, interpretato da Jon Hamm.
Punto. Questa è la trama.
Ma perché vedere Mad Men? È presto detto. Una scrittura curata nei minimi dettagli, una caratterizzazione dei personaggi meticolosa, morbosa quasi. Tutti, in Mad Men, hanno una funzione ben precisa e una collocazione importante, anche se si tratta di una comparsa di sfondo in una puntata. La storyline è tutto, soprattutto grazie alla facilità con cui il telespettatore può amare un personaggio un attimo prima, e odiarlo l'attimo dopo, o nel contempo.
Mad Men è una serie che in Italia conoscono in pochi, malauguratamente, e ogni volta trova la stessa moderata attesa e accoglienza. Ciò non toglie che resta un prodotto eccezionale e presuntuoso, allo stesso tempo. Non c'è niente in giro che gli rassomigli, neanche un po'.
Profondamente psicologico e abbagliante, vive e sopravvive di luce propria, grazie soprattutto a dei finali di stagione da cardiopalma: fa piangere, fa tremare, fa salire un'ansia che poche altre serie riescono ad ottenere.
Ma se siete tipi dalla concentrazione debole e abituati a visioni distratte, Mad Men non fa per voi.
Non è una serie facile, allegra, positiva.
È contorta, cattiva, disorientante. Un buco che se ci cadi dentro, finisci col dover fare i conti con le tue emozioni.
 
Raffaele De Simone

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