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Banana Yoshimoto

. Posted in L'occhio del lettore

 

 

 

Lei era tutto questo: la mia nostalgia, la fitta al cuore, quella pena che mi faceva stringere i denti. Mi bastava vederla attraversare il giardino della scuola sotto la pioggia, riparandosi con l'ombrello, per provare la sensazione di ritrovare qualcosa di perduto e sentirmi impazzire.

(B. Yoshimoto)

 

Raffaele De Simone è laureato in Scienze della Comunicazione, si definisce un appassionato di lettura, abbastanza da farne una ragione di vita. Amante di quasi tutti i generi, preferisce il fantasy e l'avventura, con qualche spolverata di classici e thriller.

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The following

. Posted in Recensioni - cinema

 

Tra i serial più controversi apparsi sul piccolo schermo di recente (e da poco in onda sulle reti Mediaset), non si può evitare di spendere qualche parola su “The Following”. È il classico telefilm che spacca in due il pubblico: da una parte c'è la fazione a cui sono bastate le primissime puntate della stagione di lancio per arricciare il naso, trovandolo convenzionale e prevedibile; dall'altra la controparte formata da chi è diventato subito un fruitore assiduo, tanto da esserne ossessionato.

Chi vi scrive si posiziona al centro, non volendosi ancora sbilanciare. Riconosco sicuramente che “The Following” ha chiari limiti, da un lato, ma anche enormi potenzialità, in ottica futura, dall'altro.

Per chi non lo conosce, “The Following” traduce in chiave televisiva uno scontro che si combatte dall'alba dei tempi: il Bene contro il Male. A saperli distinguere... 

La logica vuole che da un lato ci sia il poliziotto buono che fa della giustizia il suo vessillo, dall'altra invece il cattivo professore universitario di letteratura condannato all'ergastolo per l'omicidio di 14 studentesse. 

Ma è davvero così?

L'agente Ryan Hardy dell'FBI, interpretato dal bravissimo Kevin Bacon, è un personaggio dal passato burrascoso affogato nell'alcool, in grado di ritagliarsi il proprio spazio per il successo datogli dall'arresto del suo acerrimo nemico (sì, come nelle favole), impersonato da James Purefoy, che veste i panni di Joe Carroll, che nel profondo ama sua moglie e suo figlio, nonostante il sangue che gli lorda le mani.

E fortunatamente non finisce qui.

Attorno a tutto ciò, l'originalità del serial sta nella mente creativa del personaggio antagonista: fuggito di prigione, escogita un piano ingegnoso e dai contorni impalpabili, per farla pagare a chi l'ha catturato. Tuttavia a svolgere un ruolo fondamentale è la setta da lui stesso creata negli anni di prigionia: tutta la crudeltà di questa figura si manifesta attraverso i suoi accoliti, spietati assassini senza cuore, che fanno tutto ciò che dice, perché è lui a dirlo. Da qui il titolo della serie, un po' come accade su Twitter e Facebook. Joe Carroll, alla pari di una divinità, trasforma il comunissimo serial killer dei telefilm a sfondo crime, in un messia di Edgar Allan Poe: è proprio la letteratura horror dello scrittore americano a scaturire questo continuo rincorrersi di guardie e ladri, dove la abusata pistola riscopre nella lama affilata un'anomala rivale.

Un'idea fin qui per nulla banale, che anzi si sposa benissimo con le dipendenze internaute di oggi. In fin dei conti poco ci vuole a fare gruppo con chi si scopre avere gli stessi interessi. 

Un'idea che però ha da migliorare, e molto. Alcuni personaggi finiscono col sembrare delle palle al piede con lo scorrere della storia, altre appaiono piatte e scontornate. La stessa figura astratta dell'FBI finisce col sembrare scarabocchiata dopo l'ennesimo buco nell'acqua. 

I rischi corsi da “The Following” sono tanti e poco ci vuole ad oltrepassare il confine tra un'idea buona e una preconfezionata. Ma come detto, le potenzialità ci sono e voci di corridoio vorrebbero al contrario i limiti controllati, o del tutto cancellati. 

Insomma è un serial che va a migliorare... 

 

Raffaele De Simone

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Masterpiece: il talent show dei casi umani

. Posted in Articoli

 

 

Non che mi aspettassi la sorpresa, chiariamoci. 

Ma scrivo questo pezzo dopo aver visto Masterpiece, non mi sono persa una solo parola.

Il talent show letterario è una bella idea, forse. Ma una pretesa eccessiva, idealistica. E io, francamente, credo che non si possa realizzare. Di certo, non così.

Tanto per iniziare, per un motivo molto banale: per essere talent show la gente da casa deve vedere.

Fino ad ora non ho visto quello che avrei dovuto. Non ho visto, cioè, i testi dei romanzi proposti, ma solo casi umani.

L'ex carcerato, il verginello, l'anoressica, l'operaia insoddisfatta. 

Insomma, questo è il primo principio di reclutamento dei partecipanti a un talent show come il Grande Fratello.

Mi viene di pensare a una cosa che stasera condivido più di quanto abbia mai fatto. 

Italo Calvino sosteneva che i suoi romanzi dovevano essere valutati per i contenuti e dovevano avere successo per quelli, rifiutando così ogni forma di biografia. In sintesi, di fronte ai giornalisti Calvino diceva che se avessero fatto domande sulla sua vita personale, lui avrebbe detto tutte puttanate. 

Se avesse avuto voce oggi...

Tornando a Masterpiece, è chiaro che lo spettatore non può “vedere” il romanzo dei partecipanti, non solo perché non è semplice leggere un romanzo in tv, ma soprattutto perché tutte le puntate non saranno altro che una pubblicità continua al fine di attirare attenzioni sulla pubblicazione finale da parte di Bompiani, qualunque essa sia. 

Se ne parlerà così tanto che nascerà la curiosità di leggere, di confrontare le opinioni dei giudici con le proprie. Perché, purtroppo, le centomila copie saranno vendute e il romanzo andrà pure in ristampa. Non si sarebbero inventati un talent show, che frutta sempre tanti soldi.

Tornando ancora a Masterpiece, perché di questo voglio parlare, ad un certo punto (ed era ora!) i concorrenti hanno fatto un'esperienza che sarebbe servita loro per l'esercizio di scrittura da fare in trenta minuti. 

La trasmissione scorre, va avanti, i concorrenti sono in disaccordo tra loro, battibeccano, e l’audience dovrebbe salire. 

Altro principio del talent show: l'inciucio, la discussione, le chiacchiere. Il Grande Fratello.

Proseguiamo.

Tra le esperienze che devono fare c'è quella della lotta. L'aspirante scrittrice si rifiuta, dice che la violenza va contro i suoi principi, la sua morale (forse non le hanno detto che si tratta di uno sport).

Mi viene in mente a questo punto un altro Calvino, uno a cui tengo molto più di quello appena citato, cioè Gianluca Calvino, editor e docente di scrittura creativa, che insegna tutti i giorni che la scrittura è amorale. E penso che non esista una cosa più giusta di questa. 

L'esercizio di scrittura proposto da Masterpiece ha i suoi vincoli, come tutti gli esercizi di scrittura creativa, per intenderci, e si svolge in trenta minuti. 

Non è di certo il tempo il problema dei concorrenti. La scrittura è disciplina, deve esserlo. Se no di che parliamo?

Insomma, alla fine, esiti scadenti. L'autore che è esattamente il narratore del pezzo, frasi da posta del cuore, similitudini da quattro soldi. Qualità pessima e i giudici lo dicono. Una concorrente sta addirittura male per aver deluso uno di loro.

Altro principio del talent show: le lacrime. Il Grande Fratello.

Alla fine, i concorrenti devono convincere la Sgarbi a pubblicare il proprio romanzo in un minuto. E lei, che li ha letti, nientedimeno è rimasta piacevolmente colpita da entrambi. Dovrebbe essere un'esperta, avrebbe dovuto fare delle critiche acute, sottili. Invece, sembra addirittura indecisa senza riuscire a dare, però, motivazioni soddisfacenti. Vabbè, ha fatto la sua comparsa, in fondo un po' di pubblicità non fa male a nessuno.

Puntata finita.

Se questi che ho visto erano i migliori tra i cinquemila potenziali scrittori che si sono presentati al programma, dovrei pensare che l'Italia sta inguaiata più di quanto sembri per motivi che già sappiamo.

Invece so che di scrittori di qualità ce ne sono, eccome. E non hanno bisogno della tv, perché sul piedistallo mettono il loro romanzo e non se stessi.

 

 

Rita Raimondo

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La voce del poeta

. Posted in Uncategorised

 

Lunedì 18 novembre, Centro Italiano in Vico Santa Maria dell'Aiuto. Ore 17.

 

“La poesia non è una branca dell’arte, è qualcosa di più. Se ciò che ci distingue dalle altre specie è la parola, allora la poesia, che è l’operazione linguistica suprema, è la nostra meta antropologica e, di fatto, genetica. Chi considera la poesia un modo per passare il tempo, una lettura, commette un crimine antropologico, in primo luogo contro se stesso.” 

Iosif Brodskij, poeta, premio Nobel per la Letteratura

 

Scopo dell’incontro è sperimentare il porsi in ascolto della nuda poesia, prescindendo, per una volta, da collegamenti con correnti letterarie e dall'analisi di figure retoriche. 
Se la scrittura poetica è un incontro tra ragione ed emozione, la stessa attitudine interiore è richiesta a chi legge. L'ascolto profondo è finalizzato da un lato ad entrare in contatto con la vera urgenza comunicativa sottesa al testo, dall'altro, attraversando testi diversi, ad individuare ciò che chiamiamo la “voce” del poeta e che ce lo rende riconoscibile. Tentare poi di imitare quella voce può essere un potente stimolo alla creatività e, allo stesso tempo, un primo ausilio nel difficile cammino di costruzione della nostra vera voce. 

Seguirà un laboratorio di scrittura.


Il costo della lezione è di 10 euro.
Necessaria prenotazione inviando una mail a 
tresentieriperlaparola@gma
il.com

Bruno Galluccio
Laureato in fisica, ha lavorato per molti anni in un'azienda tecnologica occupandosi di sistemi di telecomunicazioni e sistemi spaziali. Il suo esordio editoriale in poesia avviene con il volume"Verticali" uscito nel 2009 presso la casa editrice Einaudi (Premio Pisa 2009 sezione poesia). Suoi testi sono contenuti nell'antologia "La poesia è una città" (BoopenLed 2011)

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Sono fuori di me

. Posted in Articoli

 

Sono fuori di me. 

E pure senza chiavi.

Le ho perse una settimana fa, probabilmente per strada mentre andavo dal mio personal psicologo. Per un caso assurdo, assurdissimo, qualcuno di voi le ha trovate? Sono due, piccole, legate ad un portachiavi di gomma a forma di... Chiavi.

E va bene, la fantasia non è dalla mia parte.

Ma ve l’ho detto: sono fuori di me.

Mia moglie mi ha ripetuto non so quante volte di mettere un annuncio, che so, un inserzione, magari un volantino con foto da spillare a qualche tronco di albero per strada, come si usa fare in America quando smarrisci un cane. 

Io le ho risposto che era inutile, seccante, umiliante. Mettetevi nei miei panni: cosa avrei dovuto scrivere?

“Uomo perbene con quarantadue anni di comprovata convivenza col proprio Io, cerca chiavi smarrite di se stesso, perse in zona centro. Chiamare qualsiasi orario. No perditempo”.

Secondo voi funziona? Secondo me no.

Ho subito fatto notare alla mia consorte che l’idea non era granché. Avete idea delle battute o degli sfottò che avrei potuto ricevere? Al giorno d’oggi puoi perdere di tutto: un animale domestico, il portafoglio, gli occhiali, un libro, il lavoro, la moglie.

Ma non le chiavi di te stesso, diamine!

Alla fine però ho dovuto pubblicare la richiesta. Sapete com’è. Le mogli son le mogli. La mia poi; se la conosceste, ve ne innamorereste subito.

Forse.

Lei è in se stessa da ben quarant’anni e le sue, di chiavi, non le ha mai perse di vista. Mai.

È talmente convinta del fatto suo che, non contenta di essere solo in sé, ha iniziato a conoscere e ad entrare anche in altre personalità, tipo quella della nostra vicina, del salumiere sotto casa e del suo parrucchiere.

Oggi è un pò tutti loro.

In questo periodo sta provando ad entrare anche nel sé della professoressa di matematica di nostro figlio Guido, con la speranza di poterne cambiare idea e valutazione generale prima dell’uscita del quadrimestre. 

Nostro figlio, dovete sapere, è una capra coi conti e coi numeri. Ma quella docente, mi sa, è proprio un osso duro. Altro che osso buco, come la definisce lei.

Comunque, per non perdere altro tempo, ieri sono stato dal mio personal psicologo per raccontargli l’accaduto.

Che uomo tutto d’un pezzo. Lo ammiro tanto.

Lui si che sa stare con se stesso, con la moglie, con il suo commercialista che lo chiama sempre durante le sedute, con il dottor Manuzi, nella stanza accanto, e con tutti i suoi pazienti. Riesce a capirci ed entrare in noi in modo paziente e puntuale. E non solo.

A quanto vedo, riesce a stare benissimo anche con la signorina Patrizia, la sua avvenente segretaria. Lo ammiro tanto.

Ma questa è un'altra storia.

Gli ho esposto il mio caso, il mio essere momentaneamente fuori di me e, sotto sua insistenza, gli ho parlato delle chiavi smarrite, dell’annuncio pubblicato, di mia moglie che vuole essere un pò in tutti, di mio figlio e della matematica e di molto, molto altro. Siamo riusciti perfino a parlare della sua segretaria, la signorina Patrizia.

Lo ammiro tanto.

Alla fine lui mi ha consigliato di godermi questa vacanza inaspettata da me stesso, sfruttando così l’occasione per disintossicarmi dalle mie comodità interiori, dai miei schemi mentali, dalle mie idee e pregiudizi, da quanto abita in me insomma.

Paure e noie comprese.

“Stia un pò fuori di sé, vedrà, le farà assai bene”. Così mi ha detto.

Non appena terminata la seduta, ho messo in pratica quanto mi ha suggerito. In fondo lo pago per questo, no? La cosa, detto tra noi, sta funzionando.

Ieri sera ero già più sereno, più rilassato, più gagliardo.

Al bar ho fatto quattro chiacchiere col signor Aldo, il vecchio tramviere dall’aria scontrosa e taciturna; alla fine si è rivelato un ottimo conoscitore di musica anni ’70 e ’80. Stamattina invece ho consigliato a mio figlio di non strafare con la matematica; se la professoressa lo ha puntato, c’è poco da fare. 

“Però Guido, non calare nel rendimento delle altre materie! Vedrai, alla fine una buona media ti porterà alla promozione”. 

È andato a scuola con un sorriso stampato in viso.

La verità? Se fossi stato in me, a quest’ora non sarei riuscito a dire certe cose. Sto iniziando a vedermi da fuori e la cosa mi piace.

E allora ben venga questa vacanza. L’unica nota dolente, in tutto ciò, è mia moglie che continua a dirmi di fare qualcosa, di continuare a cercare le chiavi, di chiamare un buon fabbro, di rientrare in me, in un modo o nell’altro.

Ma ora sto bene così. 

Ripenso al mio personal psicologo, al suo consiglio, alla sua segretaria, la signorina Patrizia.

E lo ammiro tanto.

 

Il portoghese

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