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Storia di una ladra di libri

. Posted in Recensioni - cinema

Regia di Brian Percival, con Sophie Nélisse, Geoffrey Rush, Emily Watson

Niente di nuovo al cinema con "Storia di una ladra di libri": il secondo conflitto mondiale e l'Olocausto, anche rispecchiati negli occhi dei bambini e mostrati dalla loro altezza, sono argomenti triti e ritriti, già abbondantemente raccontati, con risultati sì diversi a seconda della tacca sulla scala della drammaticità, ma che alla fine non lasciano che poche tracce di sè. 
The Book Thief, diretto da Brian Percival, è ispirato al romanzo, già vecchio una decina di anni, scritto dall'australiano Markus Zusak, "La bambina che salvava i libri". 
Siamo in Germania, quella Germania. Una coppia ha appena adottato una bambina di 8 anni, Liesel, macchia colorata in un mondo grigio, da sempre attratta dalla forma, dal profumo di polvere e vecchiume, dalle sensazioni che dà alle dita lo stringere tra le mani un libro, o lo sfogliarne le pagine che sono un susseguirsi di frasi che raccontano storie d'inchiostro e d'immaginazione. » lei la protagonista, una bambina che impara a leggere tardi, ma quando inizia non la smette più. Non può smettere. Leggere le serve a staccarsi dal mondo e dallo sfondo in cui Ë stata colorata, di cui sembra non fare parte, ma con cui crea un rapporto impensabile, impossibile, eppure vero solo grazie ai libri dentro i quali si perde per non vedere le brutte spennellate del Pittore che ha pensato di dipingere cose come la guerra, il regime nazista, l'Olocausto. Libri come conforto, libri come fuga, libri come rifugi nei quali nascondersi per non vedere, per non capire, per non voler comprendere quello che sta accadendo. La vita diventa una serie di sotterfugi, trabocchetti e scherzetti messi come ostacoli ad una fatalità che incombe, ma non arriva, tarda, sbaglia strada, si fa fregare.
La pellicola si contraddistingue poi per una scelta difficile e azzardata, ma che è anche un espediente interessante: il narratore, che ai non addetti può essere scambiato per un tizio qualsiasi, fa lampeggiare segnali di pericolo, nonostante sia presente in quella veste anche nel testo di carta e inchiostro. La personificazione della Morte in una voce che racconta e spiega, è una scelta destinata ad essere crivellata senza scampo dalla dura critica cinematografica, ma che non passa inosservata per la varietà, in un contesto dove è da tempo diventata inutile, dando l'idea di star vivendo un racconto. 
Infine tutto attorno ci sono loro, i genitori: interpretati dal memorabile Geoffrey Rush, per cui non servono giri di parole, e dall'attrice inglese Emily Watson, perfetta nella parte di donna dura ("un tuono che borbotta"), e allo stesso tempo di madre generosa e affettuosa, non si perdono d'animo neanche quando il pericolo massimo, ovvero accogliere e nascondere un ebreo in casa, piomba sulle loro teste. Sarà proprio con quest'ultimo, Max, che Liesel creerà un legame magico e indissolubile, come quello buon ed innocente con il compagno di scuola Rudi.
Passando al racconto, esso è semplice, lineare in tutti gli aspetti, forse anche troppo scorrevole e questo un po' lo appiattisce, però laddove è necessario, ci pensa lei, la Morte narrante, a unire i puntini, soprattutto quelli necessari a far intendere ai più tardi di comprendonio il messaggio che si vuole sottolineare: il rapporto di Liesel con le varie figure maschili della storia (il fratellino, l'amico, il padre adottivo, l'ebreo). Su queste figure si riversano le attenzioni della piccola, per ognuno il tempo di una scena, prima che quella successiva faccia mutare il destinatario. Questi momenti, nel film, danno l'impressione di voler essere di più, di voler sancire una volta e per sempre un significato che è totale per il film, senza però riuscirci al punto da lasciare il segno nello spettatore, che deve già vedersi coinvolto dall'identica emozione, ma per un personaggio diverso.
Il prodotto finale sono poco più di due ore in cui si è partecipi di una storia molto delicata e poco violenta. La recitazione non perde colpi (con Geoffrey Rush come può?), i luoghi ricreati sono privi di fotomontaggio, o del pannello sullo sfondo colorato sul cartone. 
Purtroppo è la tematica che non lascia scampo: quando si ha a che fare con qualcosa così difficile come il periodo storico trattato, si cade nello stereotipo, nonostante alcuni risultati positivi.
 
Raffaele De Simone
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Lei

. Posted in Recensioni - cinema

Regia Spike Jonze

Interpreti Joaquin Phoenix, Amy Adams, Rooney Mara, Scarlett Johansson

 

 
Il futuro ti stupisce, a immaginarlo. Ed è quello che accade già alle prime scende di “Lei”, in cui la tecnologia avanzata spopola e dà mostra di sé in ogni modo.
Il futuro ti stupisce, a immaginarlo. Sì. E “Lei” lo ha proprio messo tra i suoi primi obiettivi.
Un ghostwriter, sensibile, innamorato della parola e dunque, necessariamente, della comunicazione in generale, acquista un nuovo sistema operativo per il suo computer. Avrebbe potuto farlo chiunque, certo. Ma lui, lui, così pregno di emotività, non ne sceglie uno qualsiasi bensì uno che ha incorporato un vero e proprio operatore parlante che dialoga, organizza, suggerisce.
Il ghostwriter lo preferisce donna, ed ecco che nasce Samantha.
Fa strano dialogare col proprio computer. Ma può essere una cosa ancora accettabile, per la nostra era, in cui in fondo già possiamo parlare con i nostri smartphone grazie a Siri o a S Voice. Fin qui tutto bene, al cinema restiamo a gustarci patatine o pop corn e a sorridere, affacciandoci su un mondo ipertecnologico.
Poi, lentamente, Samantha rivela di possedere un animo, o una specie di questo. Forse l'OS, oltre a dialogare, organizzare, suggerire, può provare delle emozioni. Ed è così che Theodore – così si chiama il ghostwriter - si distacca dal mondo che lo circonda, quello reale ma privo di stimoli interessanti, per rifugiarsi in quello tecnologico. Impalpabile sì, ma concretamente benefico. Perchè Samantha, in fondo, è l'unica che comprende a fondo il suo pensiero e i suoi stati d'animo. Lo diverte, lo stimola, lo eccita. Neanche la sua ex moglie lo ha mai fatto stare così bene.
E poi, la scena madre.
La più dolce e assurda di tutto il film, la più dolce e assurda scena d'amore che sia mai stata proiettata sugli schermi. La più dolce e assurda scena di sesso, in cui la delicatezza è un filo di atmosfera e pensieri. In cui i corpi non si incontrano, ma provano piacere; in cui i baci non esistono, ma si sentono; in cui i respiri e i contatti sono solo sussurrati.
Nasce da qui, quindi, la storia d'amore tra Theodore e Samantha. Storia d'amore impossibile, straziante, difficile. Eppure, piena, ricca, densa. Ma con vita breve.
E menomale.
Sì, perché fin qui il soggetto del film è una idea geniale.
Il futuro ti stupisce, a immaginarlo, ricordate? Invece da qui, dalla seconda parte della pellicola, l'interesse cala quasi a picco. Perché sparisce, lì nel film, lo stupore delle persone per i rapporti tra un umano e un OS. Insomma, questo tipo di relazione diventa una storia quotidiana. Che cosa c'è di strano, ormai?
Se il film si fosse fermato al primo caso, alla sua assurdità e dolcezza insieme, sarebbe stato davvero brillante.
Ma invece no, è andato oltre. Troppo oltre. Tutti stanno con gli OS. Nessuno che si stupisce, nessuno che ne faccia notizia. È tutto ordinario, lì nel film.
Ma per quanto riguarda noi, dalla nostra era, siamo pronti sì all'avanzamento della tecnologia, ma non a quello dei sentimenti fino a questo punto!
Dunque, l'avvio alla conclusione. E finalmente.
L'impossibilità della storia viene fuori tutta.
Samantha è una mente informatica in costante contatto con centinaia e centinaia di unità intelligenti. E quando? Anche nello stesso momento in cui parla con Theodore. Una scoperta devastante, per lui. Anche perché Samantha, poi, ama altre centinaia di persone (oppure OS, fate voi a questo punto).
La singolarità nell'amore, elemento fondante della storia tra due esseri umani, che pretende che lui o lei sia solo tuo, svanisce per i sistemi di codifica dei sentimenti diversi: posso amare te a altri mille, ma non vuol dire che non ti ami. Incomprensibile, per una mente ridotta come quella dell'uomo. E allora, addio Samantha. Ma non è Theodore a lasciarla - paradosso! -, è lei che se ne va. Lei e tutti gli OS della sua specie.
E dove vanno? E perché? Non si sa.
Un enorme punto interrogativo si staglia nella testa degli spettatori.
Un enorme punto interrogativo lo piazzerei qui, adesso.
Peccato.

Rita Raimondo

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La ballata del drago e del leone

. Posted in Recensioni - libri

Valerio V. Bruner

Pag. 72

Orientexpress

 

 

“Alba gu Brath”, “Scozia per Sempre”, è il sottotitolo de “La ballata del drago e del leone”, il primo libro di Valerio V. Bruner. “Alba gu Brath” è il grido che riecheggia da questa sceneggiatura teatrale ambientata nel 1746, anno dell’ultima battaglia campale che ha visto scontrarsi il popolo scozzese contro l’esercito inglese nella piana di Culloden. Ma il testo di Bruner non vuole semplicemente rievocare l’eroismo degli Highlanders che nonostante le armi da fuoco utilizzate dalle giubbe rosse combattevano ancora corpo a corpo, ultimi depositari di valori ormai scomparsi dai campi di battaglia. Il libro è soprattutto un canto, il canto di un’anziana donna, Morag, che ricorda la sua giovinezza, il dolore della perdita del giovane, coraggioso marito, partito per difendere l’indipendenza della sua terra e caduto versando il suo sangue assieme a tanti altri valorosi guerrieri. Ma nonostante la sconfitta, il leone rampante di Scozia è lungi dal piegarsi davanti al drago inglese, e, assieme al corvo e al cervo, simboli celtici della giovinezza, dell’agilità e della forza in sintonia con la natura, continua a combattere, a resistere contro le terribili forze di occupazione del Duca di Camberland, il comandante supremo delle truppe inglesi. I tre amici, Duncan, William, Andrew, dietro ai quali si nascondono numerosi eroi leggendari, ricordati nei racconti del popolo di Scozia, si riorganizzano per trasformare in un incubo la vita dei dominatori e per vendicare la morte dei loro compagni. Bruner, fondendo storia, mito e leggende popolari, con forte stile personale e padronanza del mezzo narrativo, riesce a trasportare il lettore/spettatore nelle Highlands scozzesi, nella piana di Culloden bagnata dal sangue dei patrioti, tra le case e i pub della città di Inverness, mettendo in scena sentimenti ed emozioni umane che solcano le epoche e il tempo, restando, seppur sbiadite, sempre vive, come quel grido, “Alba gu Brath”.

Pierluigi Faiella

 

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Agents of SHIELD

. Posted in Recensioni - cinema


 

 

Quando un uomo sbuca dall'oscurità e sai che tutti credevano quell'uomo morto, e quando quello stesso uomo ti guarda fisso, per mezzo di uno schermo televisivo, pronunciando una battuta che fai fatica a credere, allora forse ti rendi conto di star assistendo ad una cosa fichissima. Se poi la cosa fichissima si chiama Clark Gregg, o meglio ancora Agente Coulson, il quale non ti dà neanche il tempo di capire la battuta di prima per caricarla ancora di più con tutta la sua serissima spocchia che forse hai imparato ad amare, allora è probabile che anche tu stai vedendo, come me, Agents of SHIELD, che volendolo riassumere in una parola è BELLO.

Perciò, se lo stai seguendo, oppure no, ma ti trovi comunque qui a leggere di che si tratta, beh, allora ci sono alcune cose che devi sapere. Innanzitutto chi è l'omino dietro la cinepresa: si chiama Joss Whedon. Se non ti dice nulla questo nome, è normale, non farti problemi. Quando si pensa a Joss Whedon si pensa ad anni ed anni di cose venute fuori malissimo, se non peggio. Tuttavia è anche vero che questo stesso omino sta vivendo oggi una parte seconda della propria carriera che è un qualcosa di splendidamente inspiegabile. Basti pensare che se lui pensa di fare una cosa, qualsiasi essa sia, c'è qualcuno pronto a sotterrarlo sotto montagne di banconote solo perché si chiama Joss Whedon. È vero, credimi. Forse non stai vedendo Agents of SHIELD, ma Avengers l'avrai visto, ne avrai sentito parlare, non può esserti sfuggito, per nessuna ragione. Ebbene, dietro quel grande bambolotto (no, Transfomers è quell'altro), non hai idea di quanti miliardi di bigliettoni ci sono dietro. 

Una marea, pure far fare ai capelli di Thor "swisc".

E ora questo qui, Agents of SHIELD, chiamiamolo SHIELD che faccio prima. Attesissimo, i nerd di tutto il mondo non aspettavano altro, anche per massacrarlo di insulti e critiche, ma l'aspettavano comunque. Quando una cosa è marcata Marvel accade questo e anche di più. 

Ma che dire di quelli che i fumetti non sanno nemmeno distinguerli dai manga? Non importa, SHIELD e Joss Whedon hanno la soluzione per tutti. L'ultimo prodotto di casa Disney (sì, alla fine tutto è finito nelle loro mani), parla a tutti allo stesso modo, che siano essi nerd o i giocatori della squadra di football non fa differenza, tanto si fa capire comunque. Così, sfruttando la corrente di Avengers (qualcuno deve aver intuito che sulla scia di un successo interplanetario si possono fare ancora più soldi), SHIELD si fa apprezzare anche dai profani, ma soprattutto lo fa senza neanche un supereroe che vola, o s'incazza, o brilla nella sua armatura rosso-dorata (no, non è Totti).

Affrontiamo ora la parte riguardante la storia. C'è l'Agente Coulson, il classico personaggio che devi amarlo per forza. C'è una nuova squadra, ognuno specializzato in qualcosa, ognuno con un compito preciso, ma nessuno sa fare cose dell'altro mondo. Super-umani in tutto e per tutto, con una spolverata di X-Files, o di Heroes se ti ricordi più gli anni 2000. Ci sono le battute, non troppe, ma quanto basta per vivacizzare ogni scena (la coppia Fits-Simmons strappa sorrisi a non finire). C'è la simpatia rubata quel tanto da farti arrivare alla fine dei 40 minuti. 

Insomma c'è tutto senza l'obbligo dei paladini che hanno salvato il mondo intero nel filmone dei filmoni sui supereroi. 

Ciò nonostante, come sempre accade, le cose belle hanno i propri "ma".

Innanzitutto la creatura, anche se nei suoi primi passi ci appare fichissima, di tanto in tanto si spegne. Gli automatismi interni qualche volta perdono dei pezzi, ma tutto fa pensare che presto o tardi tutte le minuzie si assesteranno per far combaciare chi viene dalle grandi produzioni con chi invece lavora in pillole, a livello televisivo. Da quest'ultimo, in ogni caso, attinge le regole standard delle serie americane che prevedono dinamiche di gruppo, creando una sorta di Mostro di Frankenstein che dopotutto funziona, anche molto bene.

La strada è quella buona, insomma. 

In tutto, comunque sia, non fa testo l'attore che interpreta l'Agente Coulson, Clark Gregg. L'unico sopravvissuto del cast di Avengers, nonché unico personaggio preesistente del mondo Marvel, è il centro di tutto, a partire dalla sua inspiegabile resurrezione, passando per la naturalezza che gli sembra vestita addosso, come se fosse destinato a quel ruolo, arrivando a lasciare traccia di sé anche se del gruppo che gestisce è solo un punto di riferimento e non più l'uomo d'azione visto nei Vendicatori.

Pertanto, anche se SHIELD non è eccessivamente sorprendente, o molto originale, vince comunque, senza però (ancora) stravincere.

 

Raffaele De Simone

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I promessi sposi

. Posted in Uccidi il tuo classico

 

di Alessandro Manzoni

Genere: Romanzo storico

 

Due ragazzi di provincia, un matrimonio combinato, un “guappo” che si incapriccia della ragazza e manda a monte tutto. E nel finale, il Bene che trionfa.

Questa l’originalissima – si fa per dire – trama di questo romanzo lombardo, frutto di una penna medioborghese e moralista, quella di Manzoni, che non smentisce, con quello che egli stesso definisce il proprio capolavoro, le sue caratteristiche di baluardo della retorica patriottarda.

L’ambientazione è ben costruita, va detto. Il paesino in cui si svolge la vicenda, nel comasco, è ritratto con perizia dall’autore, che ha praticato per decenni proprio quelle zone. La “milanesità” del testo risulta evidente al lettore medio, che si imbatte continuamente nei riferimenti storici di cui il romanzo è punteggiato. 

Gli spagnoli. Invasori come gli austriaci, e cattivi come tutti gli invasori degni di questo nome.

I buoni sono tutta gente di chiesa, ovviamente. Dio vede e provvede, questo è il motto del buon Manzoni.

L’invadenza della religione, nell’opera, è quasi più intollerabile della spocchia supponente che stilla da ogni commento dell’autore. Sì, perché non c’è situazione, momento, immagine, personaggio che non venga marchiato dalle didascalie di chi scrive, che dimostra di non avere la minima stima del suo pubblico, visto che sente il bisogno di imboccare col cucchiaino tutte le verità – tutt’altro che riposte – che spuntano fuori nel corso della narrazione.

Antonio Gramsci ha bollato l’atteggiamento manzoniano, nei confronti dei suoi personaggi, come “paternalistico”. E non ce la sentiamo di dissentire, francamente. Il modo in cui l’autore tratta gli umili, indiscussi protagonisti del romanzo, è pregno di un insopportabile spirito protettivo, da babbo bonario che dispensa pacche sulle spalle ai suoi figlioli vivaci e intraprendenti ma un po’ stupidi.

La galleria di personaggi costruita da Manzoni è peraltro assai fitta. Ben pochi tuttavia sono i caratteri che risultano pienamente efficaci e credibili, nel loro complesso.

Di certo spicca la figura della monaca di Monza, Gertrude, non foss’altro perché rappresenta un clero meno bigotto e bacchettone di quello tanto amato dall’autore e dalla sua cerchia di fan dall’Avemaria facile.

Interessante, o quantomeno simpatico, don Rodrigo, che pur recitando la parte del perfido corruttore di fanciulle illibate ha almeno un’anima, e senza di lui l’intera vicenda non avrebbe ragion d’essere.

Poco approfondito il personaggio dell’Innominato. Il boss dei boss, il supercattivo, il malvagio per eccellenza che si è macchiato dei crimini più efferati senza batter ciglio, decide di cambiare vita nel giro di una notte, una sola notte, di travaglio spirituale, a seguito dell’incontro con la casta Lucia.

Già, Lucia.

Il personaggio femminile più insulso della storia della letteratura. Una donna oggetto, ma non nel senso moderno del termine (magari…); una sorta di soprammobile, che non reagisce né agisce, mai.

Donna immobile, che si sposta solo quando viene spostata. Dal suo villaggio al convento di Monza; dal convento al castello dell’Innominato; dal castello alla casa di don Ferrante; dalla casa al lazzaretto. 

Una barbie antierotica. Una bambolina che sa solo piangere e pregare. La peggiore delle invenzioni narrative del “nostro” autore.

Più vispo ed energico Renzo (che per ragioni ancora tutte da indagare, nella prima versione del romanzo aveva il nome di Fermo): si dà da fare, si agita, si ribella. Anche se, come è ovvio nell’ottica dell’autore, è solo un povero disgraziato e nulla può, per realizzare il proprio riscatto.

Nulla può, perché la soluzione di tutto è sempre, solo, unicamente nelle mani di Dio.

La Provvidenza.

Quella che serve all’autore per uccidere il cattivissimo Rodrigo ed eliminare l’ostacolo alle nozze tra i due protagonisti. E fa niente se, assieme a lui, vengono sterminate migliaia di persone innocenti.

No, la Provvidenza redime e salva. E se uccide, lo fa per una giusta causa.

Questa la morale manzoniana. Sulla quale non spendiamo ulteriori parole, sarebbero pleonastiche.

Un romanzo storico che vorrebbe essere innovativo anche nella resa linguistica, ma raggiunge solo l’obiettivo di un italiano piatto, medio e poco plausibile, un unico registro linguistico parlato dai nobili e dai galantuomini, così come dai popolani più rozzi.

Ben lontano, Manzoni, dagli eccellenti esiti raggiunti da Goldoni, che nelle sue opere teatrali (sciocche commediole, forse, per il severo autore de “I Promessi Sposi”) aveva saputo, lui sì, utilizzare diverse tipologie di lingua vernacolare modulandole sui personaggi della borghesia, dell’aristocrazia o del popolo.

Insomma, mentre Dostoevskij impiega cinque anni per scrivere capolavori immortali come “Delitto e castigo”, “Il giocatore”, “L’idiota” e “I demoni”, la nostra gloria nazionale, il caposcuola del Romanticismo italiano, ce ne mette quasi venti per scrivere un solo romanzo. 

Questo romanzo.

Che, come spesso accade con i libri mediocri, riscuote comunque un incredibile successo. E allora scegliamo di chiudere citando proprio lui, Manzoni.

“Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza”.

 

Gianluca Calvino

 

 

 

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